50 anni dalla morte di Martin Luther King

Il 4 aprile 1968 a Memphis, Tennessee, fu assassinato uno degli uomini-simbolo del ‘900: Martin Luther King. Leader del Movimento per i diritti civili, Premio Nobel per la Pace (1964) e icona della lotta non violenta, sapeva che la sua morte non avrebbe fermato la battaglia per l’uguaglianza dei diritti tra bianchi e neri.

La sua campagna si consumò in un’epoca in cui in una ventina di stati americani (soprattutto nel sud del Paese) vigeva una segregazione massiccia stabilita per legge: i neri dovevano rimanere separati sui mezzi pubblici, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e non avevano diritto al voto.

Le leggi sulla segregazione furono abolite solo nel 1964 con il Civili Rights Act, mentre il colpo di grazia definitivo arrivò nel 1965 con il Voting Rights Act. In entrambi i casi fu fondamentale il contributo del Reverendo King, diventato, soprattutto agli occhi dei media, il vero simbolo delle proteste dilaganti in tutti gli Stati Uniti.

Figlio di un reverendo della chiesa Battista, Martin Luther King Senior, e dell’organista nel coro della Chiesa Alberta Williams, diventò anch’egli reverendo e, all’Università di Boston, conobbe quella che sarebbe poi diventata sua moglie, Coretta Scott King, grande attivista politica che lo accompagnò per tutta la vita nelle battaglie civili.

A distanza di 50 anni, la lotta per i diritti non può dirsi conclusa: il razzismo è realtà dentro e fuori gli Stati Uniti, e il gap economico, sociale e culturale tra bianchi e neri rimane ampio.

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